A.D.G.A.D.U.

I TAROCCHI - Specchio di una conoscenza?

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Il più antico mazzo di carte giunto fino a noi proviene da Venezia, dove già venne usato nel XIV secolo. È un mazzo composto di 78 carte suddivise in due categorie di carte essenzialmente distinte.

La prima categoria comprende 22 carte chiamate “Tarocchi” (o Arcani maggiori), composizioni simboliche, manifestamente concepite per uno scopo ben diverso dal gioco.

La seconda categoria si divide in quattro serie o semi di 14 carte. Gli emblemi distintivi delle serie sono: Bastoni, Coppe, Spade e Denari che corrispondono rispettivamente a quelli che, nelle carte francesi, vengono chiamati Fiori, Cuori, Picche e Quadri.

 

Il presunto Libro di Thot

Fino al secolo XVIII, i Tarocchi furono considerati esclusivamente come vestigia di un’epoca barbara, e come tali privi di interesse. Nessuno vi fece caso prima del 1781, data della pubblicazione del Mondo Primitivo di Court de Gébelin (esoterista e letterato francese), opera in cui compare questo passo:

 

«Se si sentisse annunciare che esiste ancora, ai giorni nostri, un’Opera degli antichi egiziani, uno dei loro libri sfuggito alle fiamme che divorarono le loro biblioteche superbe che contiene la loro dottrina più pura su soggetti interessantissimi, tutti sarebbero indubbiamente ansiosi di conoscere un Libro tanto prezioso, tanto straordinario... Eppure è addirittura tanto comune che nessuno scienziato si è degnato di occuparsene; nessuno aveva mai sospettato la sua origine illustre. Questo libro è il GIOCO DEI TAROCCHI... ».

 

Court de Gébelin afferma che l’origine dei Tarocchi è egiziana. A lui basta discernere il carattere simbo- lico delle figure, fino a quel tempo considerate puramente fantastiche, per riconoscere in esse, di primo acchito, geroglifici da attribuire ai saggi dell’antichità. Un parrucchiere, un certo Alliette, che sotto il nome di Eteilla diventò il grande sacerdote della cartomanzia, proclamò che i Tarocchi erano il più antico libro del mondo, opera di Ermete-Thot.

 

A favore dell’Egitto si pronuncia anche Christian, nella sua “Storia della Magia”. Questo autore ci fa assistere ad una iniziazione ai misteri di Osiride. Grazie a lui, penetriamo nelle cripte della Grande Piramide di Menfi, dove l’iniziando subisce prove terrificanti che lo conducono all’ingresso d’una galleria, le cui pareti sono suddivise da ventiquattro pilastri, dodici per parte, in ventidue riquadri ornati da pitture geroglifiche: sono i prototipi dei Tarocchi. L’iniziando passa davanti a questi pannelli, che riassumono la dottrina segreta dei gerofanti. Un pastoforo (cioé il membro di un collegio di sacerdoti mendicanti egizi) custode dei simboli sacri, fornisce le spiegazioni che costituiscono l’istruzione iniziatica del neofito.

È un vero peccato che questa galleria sia ignota all’egittologia, la quale non ha rivelato la minima traccia di questo libro murale di Ermete, che gli ultimi iniziati avrebbero ricopiato quando, perseguitati dai cristiani, si preparavano a fuggire abbandonando il santuario.

Secondo la tesi che ci interessa, i geroglifici segreti, riprodotti su tavolette portatili, sarebbero poi passati agli gnostici, poi agli alchimisti che li avrebbero trasmessi a noi.


Ciò che colpisce subito, nei Tarocchi, è il numero 22, che è esattamente il numero delle lettere dell’alfabe- to ebraico. Ci si può quindi chiedere se non è per caso agli ebrei che noi dobbiamo le nostre ventidue figure cabalistiche.

 

Sappiamo che i grandi sacerdoti di Gerusalemme interrogavano l’oracolo dell’urim e del thumin con l’aiuto dei theraphim, cioè simboli ideografici o geroglifici. Eliphas Lévi (Alphonse Louis Constant - esoterista francese) spiega che le consultazioni avvenivano nel tempio, sulla tavola d’oro dell’arca santa, poi aggiunge: “Quando il sommo sacerdozio smise di esistere in Israele, quando tutti gli oracoli del mondo tacquero alla presenza del Verbo fatto uomo che parlava attraverso la bocca del più popolare e del più dolce tra i saggi, quando l’arca andò perduta, quando il santuario fu profanato e il tempio distrutto, i misteri dell’ephod e dei theraphim, che non erano più tracciati sull’oro e sulle pietre preziose, furono scritti o più esattamente raffigurati da saggi cabalisti sull’avorio, sulla pergamena, sul cuoio argentato o dorato, e poi finalmente su semplici carte, che furono sempre sospette agli occhi della Chiesa ufficiale, come se racchiudesse- ro una chiave pericolosa dei suoi misteri.”

 

La Cabala era certamente ben nota agli autori dei Tarocchi: ma quegli artisti-filosofi non potevano appar- tenere al ceppo semitico che, ben lungi dall’incoraggiare un simbolismo artistico, ha sempre preferito legare le sue speculazioni astratte all’aridità delle lettere, dei numeri e delle figure geometriche. Il genio ariano, al contrario, si compiace della ricchezza dei colori e delle forme: ama le immagini ed è idolatra per natura. Sotto questo punto di vista la patria dei Tarocchi avrebbe potuto essere la Grecia, se l’Italia del Medioevo non fosse la sola a possedere i titoli incontestabili che le fanno attribuire l’invenzione delle carte da gioco.

 

L’idea delle carte numerali (Asso, Due, Tre, ecc.) sembra sia stata ispirata dai dadi, mentre le figure potrebbero essere state ispirate dagli scacchi: Re, Regina e Cavallo, per non parlare poi del Matto e della Torre dei Tarocchi.

Ma questa spiegazione, avanzata dagli studiosi che si sono occupati dell’origine delle carte, non chiarisce il mistero della genesi dei Tarocchi lombardo-veneziani.

Questi antenati di tutti i mazzi di carte conosciuti in Europa sono evidentemente improntati alla scienza cabalistica, come ha fatto giustamente osservare Papus nel suo libro “l Tarocchi degli Zingari”.

I simboli che caratterizzano le quattro quattordicine delle 56 carte estranee ai 22 tarocchi veri e propri, si riferiscono alle arti occulte e corrispondono alle lettere del Tetragramma divino.

 

BASTONI: Bastone augurale o bacchetta magica, insegna di comando, scettro di dominazione virile, emblema della potenza generatrice maschile: il Padre.

COPPE: Coppa divinatoria, ricettività femminile, tanto intellettuale quanto fisica: la Madre.

SPADE: Spada dell’evocatore, arma che disegna una croce e ricorda perciò l’unione feconda dei due principii, maschile e femminile; fusione, cooperazione dei contrari. La spada simboleggia inoltre un’azi- one penetrante come quella del Verbo o del Figlio.

DENARI: Disco pentacolare, segno d’appoggio della volontà, materia condensatrice d’azione spirituale; sintesi che riconduce la trinità all’unità.

 

Gli esemplari più antichi non sono i più perfetti dal punto di vista simbolico: il loro simbolismo è ancora esitante, alla ricerca di se stesso. Sono stati i copisti di epoche successive a darci i Tarocchi nei quali ogni particolare ha il suo significato concordante con l’insieme.

Eliphas Lévi, pubblicò le opere da cui deriva in grandissima parte l’occultismo contemporaneo:

«È un’opera», dice parlando dei Tarocchi, «monumentale e singolare, semplice e forte come l’architettura delle piramidi, e di conseguenza duratura quanto le piramidi stesse; un libro che riassume tutte le scienze, e le cui infinite combinazioni possono risolvere tutti i problemi...».


Piotr Demianovitch Ouspensky definisce i Tarocchi come un libro di contenuto filosofico e psicologico, una sorta di sinossi delle scienze ermetiche in cui la cabala, l’alchimia, l’astrologia e la magia sono sistemi simbolici paralleli di psicologia e metafisica.

Oswald Wirth dice: “Quando si riesce a farli parlare, superano in eloquenza qualunque discorso, poiché permettono di ritrovare la Parola perduta, cioè l’eterno pensiero vivente del quale sono l’espressione enigmistica”.

 

Ma spetta al lettore giudicare da solo i Tarocchi, imparando a discernervi le meraviglie promesse nella loro molteplice lettura simbologica.

Tutti i simbolismi si assomigliano. Quello dei Massoni traspone in allegorie costruttive i dati iniziatici tradotti dagli alchimisti in termini di metallurgia. I Tarocchi collegano la stessa tradizione ideologica ad immagini colorate, scelte nel patrimonio degli artisti popolari del Medioevo.

 

La comunità di esoterismo autorizza a leggere i Tarocchi secondo la concezione massonica: quindi, tentiamo di farlo interpretando sinteticamente le 22 carte:

 

I.   (Il Bagatto, prestigiatore o mago). Postulante riconosciuto iniziabile a causa delle sue attitudini e delle sue buone disposizioni. L’aspirante massone, dopo avere superato le tre prove ed essere accolto con il grado di Apprendista, oltre agli “utensili di lavoro”, gli vengono dati in dono tre elementi: fuoco, acqua, aria, per iniziare la prima parte della Grande Opera.

 

II.   (La Papessa, Iside, madre degli Iniziati). La Scienza iniziatica che bisogna saper scoprire da soli. Iside non affida la chiave dei misteri se non ai suoi figli, ai Figli della Vedova, degni di conoscere i suoi segreti.

 

III.    (L'Imperatrice, Signora della suprema idealità). La Saggezza che concepisce. Dopo essere rientrato in se stesso (Gabinetto di riflessione), il Neofito si innalza dalle nere profondità fino all’ideale sublime della Massoneria. Se non ne assimila l’idea pura, di cui dovrà perseguire la realizzazione, non potrà essere iniziato.

 

IV. (L’Imperatore, Centro dispensatore del Potere iniziatico). Dalle eteree altezze dell’ideale, l’aspirante costruttore viene precipitato sul campo dell'azione (prova del primo viaggio simbolico). È il campo di battaglia della vita: le spade vi si incrociano. Ma il futuro iniziato non si impegna nelle lotte sterili delle opinioni e dei partiti: conserva la sua energia, per poterla applicare alla preparazione della Pietra cubica.

 

V.    (Il Papa, supremo detentore della Scienza degli Iniziati). Senza una completa istruzione teorica, nessuno può darsi alla pratica effettiva dell’Arte Regia. Per diventare Compagno, il neofito deve essere esercitato nell’uso degli utensili e non deve ignorare le regole dell’architettura. L’Operaio che ha conqui- stato la luce percepisce la Stella fiammeggiante e conosce il significato della lettera G, poiché la Geometria deve essergli familiare.

 

VI.      (L’Innamorato, o l'iniziato dello grado che subisce la prova da cui dipende l’aumento del suo salario). L’iniziazione intellettuale conferisce la Libertà. L’uomo istruito fa ciò che vuole: sceglie la direzione che gli conviene seguire. Se, in piena conoscenza di causa, decide di consacrarsi all’Opera dei Costruttori, non potrà più rinnegare il suo impegno dopo la promessa pronunciata.

 

VII.   (Il Carro occupato dal Maestro che assume la direzione del lavoro collettivo). L’iniziato si sottomette alla Squadra, che designa il Maestro scelto per dirigere i lavori. Il capo eletto si dimostra conciliante, socievole, sempre preoccupato di mantenere l’armonia. Dallo scontro delle opinioni contrarie, sa trarre


la conclusione che libera imparzialmente quella parte di verità che tali opinioni contengono.

 

VIII.      (La Giustizia, Legge eguale per tutti). La Livella afferma l’Eguaglianza davanti alla Legge del Lavoro. Tutto esiste solo per compiere una funzione. Nell’ordine universale, ciascuno è tenuto a svolgere il suo compito. Gli aumenti di salario ricompensano il buon Operaio che, applicandosi per vivere meglio, beneficia del modo superiore di esistenza al quale si è innalzato.

 

IX.    (L’Eremita, Saggio la cui influenza si esercita con discreta irresistibilità, il Maestro giunto alla piena Maestria). Mentre lavora, l’iniziato riflette. Non accetta di agire come una macchina: l’artista s’interessa alla sua opera, che comprende e che ama, poiché la sente. Il Filo a piombo ha diretto il suo spirito verso l’interno delle cose, verso l’Esoterismo che sfugge al profano.

 

X.   (La Ruota della Fortuna; l’Apprendista che dispiega la sua iniziativa). Al centro di se stesso, l’iniziato percepisce il focolaio ardente che corrisponde alla Colonna J - Il suo salario d’Apprendista si traduce in un’energia dalla fonte interiore, che spinge ad intraprendere attività dure, ma mai prive di opportunità; infatti il muratore si mette all’opera quando è venuta l’ora d’incominciare i lavori.

 

XI.   (La Forza; il Compagno divenuto forte domando se stesso). La Prova del Fuoco esteriorizza l’ardore interno. L’iniziato che la subisce prova in la vuota attrazione per l’agente dinamico interiore. Perciò si accosta alla Colonna B, in cui si attinge la Forza che esegue.

 

XII.    (L’Appeso, o la rinuncia a se stesso). L’Influenza iniziatica si esercita misteriosamente, senza ricor- rere ai mezzi profani. Passa inosservata, poiché non si traduce in discorsi né in atti che attirano l’attenzione. L’iniziato si condanna volontariamente ad una impotenza apparente, che gli permette di agire a modo suo e con efficacia. Il progetto che, anziché essere una vana agitazione, matura nella riservatezza e nel silenzio acquista la forza di realizzazione.

 

XIII.   (La Morte iniziatica che conduce alla condizione di Maestro). Ciò che viene sognato efficacemente si proietta sul Tavolo da disegno, cui nessuno può accostarsi prima di essere entrato nella Camera di Mezzo. Là, nel nero in cui spicca il candore dei teschi e delle ossa, ogni illusione svanisce e il giudizio si tempra. L’iniziato muore a tutto ciò che è fittizio e si prepara a ricevere la condizione di Maestro.

 

XIV.  (La Temperanza, o il bagno dell’onda vivificante). Secondo la concezione più antica che ci è nota, la fonte della vita sgorga sotto la pietra del santuario centrale della città dei morti. Bisogna morire per essere riportati in vita. Spogliandoci di tutto ciò che ci tiene nell’inferiorità, la morte ci eleva e ci fa parte- cipare ad una vita meno limitata. Vivere soltanto per limita la vita, che si espande per l'altruista ambi- zioso di vivere per gli altri. La Vita collettiva accorda il suo salario al Compagno che sa lavorare e che si dimostra degno di diventare Maestro.

 

XV.   (Il Diavolo, strumento dell’Arte iniziatica). Ogni energia è sacra: non ve ne è alcuna da maledire, anche se si mostra nociva nella sua applicazione. L’Iniziato deve saper captare tutte le correnti e incanala- re la loro impetuosità. Il Diavolo è al suo servizio se, mettendosi agli ordini del grado, egli non assume atteggiamenti vanitosi.

 

XVI.     (La Torre colpita dal fulmine; l’opera dei cattivi operai). Hiram cade sotto i colpi dei tre cattivi Compagni. Il primo personifica l’Ignoranza che, incapace di afferrare lo spirito, materializza l’insegnamento e diffonde l’errore generato da tutte le verità mal comprese. Il secondo rappresenta il Fanatismo, che riduce il Tempio alle proporzioni d’una Casa-Dio esclusiva e chiusa. Il terzo raffigura l’Ambizione che non moderarsi nella costruzione della Torre di Babele, destinata a crollare.

 

XVII.   (Le Stelle che brillano nella notte; l'Idealità che aspira alla Verità). L’uccisione d'Hiram interrom- pe ogni lavoro. Scende la notte per i costruttori privati di guida. Straziati, essi si disperdono per cercare dovunque il cadavere del Maestro scomparso: un ramo d'Acacia rende loro improvvisamente la speran- za, poiché vi scorgono un pegno di perennità della vita e di risurrezione. La campagna desolata in cui noi vaghiamo non è arida: si ricopre d’una vegetazione consolatrice, sulla quale l’occhio si posa, affascinato.

 

XVIII.     (La Luna; i viaggi in mezzo ai miraggi dell’errore). I Maestri viaggiano, non più isolatamente come gli Apprendisti e i Compagni, ma in gruppo, prestandosi un aiuto reciproco. Essi esplorano il mondo sublunare, alla ricerca dei resti materiali d’Hiram. Da degni Figli della Vedova, si ispirano all’esempio di Iside, percorrendo tutta la terra per raccogliere i frammenti sparsi del corpo di Osiride. Per fare rivive- re la tradizione, raccogliamo con cura ciò che ne sussiste sotto forma di leggende, di riti incompresi e di superstizioni.

 

XIX.   (Il Sole; la conquista della luce iniziatica). Quando spunta il giorno dello spirito, Hiram viene ritro- vato, immerso in un sonno dal quale i Maestri dovranno svegliarlo. Per fare questo, essi si riuniscono, in modo da mettere in comune la loro intelligenza e il loro affetto. Hiram è riportato in vita perché il suo pensiero trova una nuova espressione (Parola perduta rimpiazzata) e perché le sue aspirazioni costruttive animano tutti i cuori.

 

XX.    (Il Giudizio; la resurrezione del Maestro). Il morto ringiovanito rivive nel Figlio della Putrefazione. Tutto ciò che possiede in la vita esce dalla tomba dell’oblio, quando ode la tromba del grande Giudizio. L’esperienza dei secoli conferisce agli uomini la saggezza della comprensione. Hiram riassume la direzione dei lavori che non verranno più interrotti.

 

XXI.    (Il Mondo; l’Iniziazione completata). Il Tempio viene costruito e ultimato: non gli manca nulla. L’edificio è perfetto, nel piano e nell’esecuzione. L’ideale è realizzato, la Grande Opera compiuta, il regno divino dell’intelligenza e dell’amore si è stabilito nel Mondo rigenerato.

 

XXII.    (Il Matto; l’Iniziato che non si fa illusioni sulla relatività del suo sapere). Il compimento non può essere che relativo, poiché il lavoro continua indefinitamente. Se cessasse, tutto svanirebbe nel nulla. Ciò che è risulta da una attività necessaria che non può essere preceduta né seguita da una passività inconce- pibile. Opponendo l’Infinito al Finito, noi abbordiamo il dominio del Matto. Il Compasso traccia per noi i limiti della ragione; dobbiamo saperci mantenere in tali limiti, rispettando il Mistero ineffabile che ci è proibito penetrare.

 

Se smetti di leggere, lettore, rifletti! Penetra in te stesso, fedele al precetto del Saggio che ti impegna a cercare la Pietra nascosta nelle profondità del tuo intimo. I Massoni si dicono «liberi e di buoni costumi», perché sostengono di essersi liberati dal giogo delle passioni dominandole. La loro libertà è il risultato della disciplina morale che si sono imposti volontariamente. Essi obbediscono al Papa dei Tarocchi in quanto egli rappresenta in ciascuno di noi la coscienza illuminata.

 

Ma in questa riunione di fratelli, non ci siamo oggi incontrati per fare divinazione ma piuttosto per leggere attraverso i simboli le intuizioni che ci portano ad essere sempre più levigati nell’ascolto, nella parola e nella crescita interiore.

Oggi per chi ne avrà concessione, per fortuna, destino o causalità, che la parola prenda posto sul tavolo da gioco di questo tempio.


Dunque, coloro che in questo momento reggono tra le mani l’Eremita e la Forza, siano i primi ad avere il privilegio della parola in ordine di grado e di concessione del rispettabilissimo Maestro Venerabile; e poi... con la sua consueta maestria, guidi la parola di coloro che termineranno di scolpire con me questa tavola.

“Che il gioco dei tarocchi abbia inizio!”

   
   
   
   

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