LA VIA ASCETICA
   

Ascesi, innalzamento; la via ascetica è uno dei sentieri che ciascuno può intraprendere per il proprio innalzamento spirituale.

Stiamo parlando di una categoria di forma di vita: quella spirituale. A tal proposito la dis­sertazione, apparentemente scolastica, diventa complicata dal fatto che a tutt’oggi non esiste una chiara convergenza di significati sul termine spirituale. Principalmente controversa la natura dell’oggetto della spiritualità: anima o spirito, e ancora, forme sottili e ineffabili di vita, mondo controverso e spesso contraddittorio dell’occulto, popolato di entità, angeli e altro.

Oltre a ciò, elemento che complica ulteriormente la dissertazione è la necessità di ricorrere ad una linguistica ed a una logica galileiana condivisa, per descrivere fenomeni che per loro natura sfug­gono a questo tipo di osservazione, non rispondendo ai criteri convenzionali di tali scienze. Nella migliore delle ipotesi solo una trattazione di ordine alchemico che attinga alla categoria del simbo­lico è in grado di approssimare qualche forma di sapere, diciamo, comprensibile, e comunque sol­tanto a chi per iniziazione e capacità astrattiva vi abbia accesso.

È pertanto chiaro che per ridurre la trattazione sia necessario operare una scelta che almeno nell’intenzione intenda delimitarne il campo.

Intanto un po’ di chiarezza sulla terminlogia. Il termine ascesi, dal greco askesis, non rinvia alla ri­nuncia, al distacco dal mondo, ad una esasperata esaltazione del dolore come strumento di perfezio­namento interiore, bensì esercizio, pratica per acquisire alcune abilità.
I Greci, non a caso, chiamavano asceta il soldato, che si esercitava nell'uso delle armi, o il lottatore, che affinava le sue abilità nella lotta.
Se estendiamo questo significato all' ambito morale, asceta è colui che affina la propria intelligenza e la propria volontà per divenire sapiente e virtuoso: il filosofo. Da qui, il passaggio all'ascesi reli­giosa: esercitarsi nel bene, reprimere le passioni nocive, per avvicinarsi in modo progressivo a Dio.
Risulta evidente che in una scala di valori, l'ascesi morale e religiosa godono, rispetto a quella fi­sica, di uno spessore esistenziale maggiore, a patto che questo non comporti una indebita svaluta­zione del corpo come ingiustificata fonte di turbative per l'anima. Ci vuole, infatti, pratica e abilità anche per vivere il proprio corpo in modo positivo. Curare il proprio corpo, pur senza cadere in esa­sperazioni narcisistiche, significa avere rispetto anche per la propria interiorità. L'anima, come sede delle qualità intellettive e morali dell'uomo, abita, infatti, nel corpo, e non fuori di esso.

Nell’abbondante casistica da cui attingere per rappresentare un modello di vita ascetica su base fi­deistica, la particolare simpatia che chi scrive prova nei confronti di San Benedetto, mi ha indotto a prendere a riferimento la nota ed omonima regola. In questa sintesi compaiono riferimenti affatto sconosciuti ai fratelli massoni e in particolare ai Maestri, sui quali si tornerà in conclusione.

Secondo la Cristianità cattolica, nella vita consacrata, monastica compresa, quando si parla di ascesi si intende la organizzazione di una vita che alle difficoltà e sofferenze normali, aggiunge volonta­riamente dei sacrifici e rifiuti di cose belle e buone, per poter essere più liberi per Dio e i fratelli e costruire forza e carattere per superare le prove, le tentazioni, le passioni insite nella nostra natura. L’indispensabile necessità dell’ascesi si rifà alla necessità di testimoniare direttamente il mistero pasquale di Cristo, la cui prima tappa passa obbligatoriamente attraverso la croce, tramite un’ascesi personale quotidiana che porti all’esercizio delle virtù di fede, di speranza, di carità, di prudenza, di giustizia, di fortezza e di temperanza. Un programma che non ha età e non può passare di moda, comportando un rifiuto di seguire i proprii impulsi e gli istinti spontanei; è un’esigenza antropolo­gica prima di essere specificamente cristiana”[1].

Nella Regola benedettina, la parola “ascesi” non compare, ma è chiaro che l’intero testo legislativo è orientato ad organizzare una vita ascetica.

San Benedetto, a confronto del monachesimo antecedente, non intende presentare una vita molto esigente; ripete diverse volte la sua scelta di “scrivere questa regola per procurare di avere in qual­che modo una certa purezza di costumi e un inizio di vita monastica, mentre per chi ha fretta di rag­giungere la perfezione della vita monastica, vi sono gli insegnamenti dei santi padri, la cui osser­vanza conduce alla vetta della perfezione, … di fronte a cui noi pigri, imperfetti e negligenti ab­biamo di che arrossire di vergogna, … si tratta di una regola per principianti”[2]. Si tratta certo di una regola, ma molto equilibrata, preparata “in modo che le anime si salvino e quello che i fratelli de­vono fare, lo facciano senza fondati motivi di mormorazione”[3], con strutturazione della giornata, sia delle preghiere che del lavoro e della lectio divina[4], “disposta con prudenza e giustizia”[5].Una Re­gola per la vita cristiana autentica e nulla più.

San Benedetto parla anche di una officina che ha a sua disposizione tanti strumenti dell’arte spiri­tuale, da adoperarsi giorno e notte, incessantemente[6], e se verranno “riconsegnati nel giorno del giudi­zio, riceveremo dal Signore quella ricompensa che egli stesso ha promesso”[7]. La vita mona­stica è anche presentata come una milizia; è una vita propria di coloro che militano, combattono sotto una regola e un abate[8]; “è una lotta quindi che si combatte dentro di noi e attorno a noi tra lo zelo buono e lo zelo cattivo”[9].

Le immagini della scuola, dell’officina, della milizia vogliono far comprendere che non si può mai cedere alla pigrizia, alla tiepidezza, alla negligenza; si rimane in attività di conversione per tutta la vita, con tutti i mezzi, con tutte le proprie energie. Impegno che non è tanto esteriore, una organiz­zazione della vita, ma piuttosto interiore, di vita spirituale, di santificazione. Impegno da svolgersi quindi non solo all’inizio, nel tempo della formazione del noviziato, ma che ci mantiene “attenti in ogni istante … perché il Signore non ci trovi a un certo momento incamminati al male e divenuti in­fruttuosi”[10]; occorre “stabilità, conversione dei costumi e obbedienza”[11] per tutti i giorni della vita: questa è la vita ascetica del monaco.

Più che di ascesi potremmo parlare di impegno di conversione continua, di lotta contro i vizi, di combattimento spirituale, di fatica nel dominio di sé, di osservanza della regola comune, di ade­sione al Vangelo: impegno di vita cristiana autentica.

Una regola ascetica dunque quella di San Benedetto, presentata come un insieme di mezzi e stru­menti per liberarsi da possibili amori e attaccamenti a se stessi e alla terra e potersi così dedicare completamente e liberamente a Dio. Niente anteporre all’amore di Cristo[12]. Una questione di cuore dunque, un aiuto a vivere l’amore. Viene presentata come una scala che ci fa salire verso il cielo per mezzo di 12 gradini[13]:

1. timore di Dio

2. rifiuto di aderire alla propria volontà e ai propri desideri

3. sottomissione al superiore per amore di Dio

4. obbedienza nelle difficoltà

5. umile confessione dei cattivi pensieri e delle colpe commesse al proprio abate

6. contentarsi di ogni cosa spregevole e infima

7. ammettere di essere l’ultimo di tutti

8. fare solo quello che raccomanda la regola comune e l’esempio degli anziani

9. trattenere la lingua dal parlare

10. non essere facile e pronto al ridere

11. parlare pacatamente, senza ridere, umilmente, con gravità

12. manifestare l’umiltà con l’atteggiamento del cuore e del corpo

 

Rispetto al fine della regola, la salita al cielo, si tratta di “istituire una scuola per il servizio del Si­gnore. In essa speriamo di non stabilire nulla di rigido, nulla di gravoso. Ma se anche se vi si intro­durrà qualche prescrizione un po’ più severa, a motivo di un ragionevole equilibrio, al fine di cor­reggere i vizi e di conservare la carità, tu non abbandonare …”[14]. A tal fine si può considerare l’ascesi in San Benedetto legata alla vocazione come viene proposta da Gesù Cristo ai suoi apostoli, a tutti coloro che lo vogliono seguire:

1. Desiderio, passione per Dio (se mi vuoi seguire)

2. Per questo occorre lasciare tutto (rinnega te stesso)

3. E vivere nella continua conversione, sotto una regola (prendi la tua croce)

Ed in conclusione di questo passo il richiamo costante, chiaro, perentorio al principio dell’obbedienza. Principio che a corollario della stessa regola viene richiamato in chiusura con una raccomandazione: “raccomandiamo che questa regola sia letta spesso, perché nessun fratello possa giustificarsi dicendo che non la conosceva”[15].

A tal proposito, si noti questo aspetto caratteristico di tutte le circostanze rituali, il principio iterativo. Ora più strutturato come, normalmente all’inizio ed al termine dei lavori di loggia, ora più diffuso, come nella cerimonialità ecclesiastica, ora scandito dalle ore come nella regola Benedettina.  Il rilievo è da porsi sulla necessità per l’essere umano di ricondursi, anche formalmente se necessario, ai propri principi istruttori, per non dimenticare l’impegno preso, per assicurarsi una coerenza costante e duratura. L’asceta, nella sua scelta di elevazione individuale, può liberarsi di questa regola, quando ha fatto proprio, intimamente, autenticamente, il proprio principio ispiratore e fine al contempo, liberandosi della sovrastruttura funzionale dell’esistenza materialistica, o almeno scalandola al rango che le spetta.

Nell’ambito invece del fideismo orientale, prendiamo invece a riferimento il cammino ascetico In­duista. Nell’induismo gli ultimi due stadi della vita sono dedicati interamente alla realizzazione di Dio. L’ultimo quindi è il samnyas, la via della rinuncia, una via prettamente monastica nella quale la vita è interamente dedicata a Dio e alla realizzazione della liberazione.
Vi è anche una sadhana, una ricerca di Dio, comune a tutti, dove ogni stadio, è un processo di puri­ficazione, non dell’anima, che è per sua natura eterna e pura, ma degli strumenti: corpo, intelletto, ego, sensi, che attraverso l’errata identificazione condizionano la nostra consapevolezza.
Si afferma che il modo più efficace per superare la coscienza dell’ego è pensare, agire, parlare in termini di Dio. Se a Dio è permesso di risiedere nel cuore-tempio del devoto, allora ogni attitudine negativa sarà sostituita da virtù. Così anche per purificare i sensi, considerati metaforicamente come i "cinque ladroni" che rapiscono l’anima facendole dimenticare la sua vera natura divina, i saggi veggenti dicono:

Per  purificare la vista osserva le bellezze del Signore,
per purificare l'udito ascolta le sue sacre parole, i sacri inni, i mantra.
Per purificare l'odorato odora i sacri profumi del rituale, fiori, incensi ed altro,
per purificare la parola pronuncia parole che parlino di Lui,
per purificare il tatto senti le dolci vibrazioni della sua adorazione.

La vita dell’induista è dunque intrisa di una forma di ascesi rivolta a quattro scopi: osservare le leggi universali divine, dharma; pensare al benessere proprio e della società, artha; soddisfare in modo lecito e secondo il dharma i propri desideri, kama; ed infine la liberazione o la salvezza, mo­ksha. Obiettivi che incalzandosi vicendevolmente, purificano l’osservante portandolo alla salvezza finale.

 

Dunque, l’uomo ha uno scopo, se vogliamo anche legittimamente egoistico, ossia la propria sal­vezza, in questa vita e laddove vi creda in quel che seguirà. La scelta ascetica sia occidentale che orientale appare tratteggiata da regole purificatrici, da un uso “santo” delle proprie disponibilità, con finalità salvifiche in prima persona e finalità di conservazione sociale racchiuse nel principio dell’amore fraterno e del servizio. Se si effettua una depurazione culturale, una delocalizzazione storica, una precipitazione ai concetti base dei principi, degli scopi e delle modalità, l’ascesi trova coincidenze nei diversi quadri di riferimento religiosi.

Perché mai il Massone, cui è fatto divieto di parlare di politica e di religione si occupa di questioni ascetiche?  La risposta probabilmente è proprio questa: il Massone cerca. Il massone seguendo in­cessantemente la via iniziatica percorre un sentiero personale che lo porta ad indagare sulla spiri­tualità, sullo scopo dell’esistenza, sulla salvezza dell’intero genere umano. Mentre una via tradi­zionalmente ascetica indugia più francamente sull’esercizio alla rinuncia, egli lavora al proprio continuo miglioramento lottando da uomo libero da regole contro gli istinti antisociali che la sto­ria dell’umanità gli ha procurato o gli sono proprii. Lo fa aderendo ad un’obbedienza che tuttavia non è precettiva. Anche qui il proprio perfezionamento interiore passa attraverso l’assiduo eserci­zio, per raggiungere infine “la luce”. Tuttavia segue un cammino comune, non egoico come quello dell’ascetismo isolazionista monastico; resta qui, ogni giorno, a misurarsi con la realtà da miglio­rare, non cerca la sua esclusiva salvezza, non rinuncia alle tentazioni allontanandosene. Le vive, le affronta le vince se ne è capace, ma lo fa qui nella vita sociale che ha il dono di poter vivere.

Il fine ultimo, nel mio modo di intendere questa scelta di vita, è quello di ritrovare, partendo dall’eggregore ridotto della loggia la propria armoniosa collocazione nella divina coscienza collet­tiva. Una luce che passando indifferente per le strade del mondo, non è ancora riuscito a cogliere, una luce che affratella anziché dividere. Lo fa per gradi, salendo scale sempre più distinte, a rappre­sentare simbolicamente il proprio esercizio. L’amore, soffio di luce nel cuore dell’uomo è l’unica via che tutti cercano, ma oggi è come un fantasma, presente e ineffabile. Solo il coraggio di vivere qui ed ora lo reifica.

 


 

[1] Potissimum institutioni, 36-38 passim e 80

[2] RB 73, 2.7-8

[3] RB 41, 5

[4] RB 48, 1-2

[5] RB 3, 6

[6] capitolo 4

[7] RB 4, 78-79

[8] RB 3, 2

[9] RB 72

[10] RB 7, 28-29

[11] RB 58, 17

[12] RB 4,21 e 72,11

[13] RB 7,6

[14] Prefazione, 45

[15] RB 66,8



 

     
     
   

Torna all'inizio della pagina Demo Dynamic HTML: esempio pratico